Associazione per lo studio dell'immaginario e della comunicazione simbolica in pedagogia e terapia
Prefazione del libro
Le città delle stelle sono state edificate fino dal tempo antico in luoghi particolari che presentano una configurazione corrispondente alle immagini del mito cosmogonico, secondo le indicazione degli astri, come un riflesso dell’armonia che si rivela nelle luci della notte e nelle ombre del giorno.
Le stelle erano ritenute le fonti della luce, della vita, anche delle anime, che pertanto tendono a ritornare a loro.
Tutto il ciclo vitale, che si ripete nell’anno, era considerato una riproduzione della generazione primitiva del mondo: quindi era necessaria una continua ricerca dei segni manifesti nella natura e dei segni del cielo al fine di inserire ogni attività nel corso delle trasformazioni cosmiche, per renderle fauste.
Si sviluppò una scienza mantica della natura selvatica e una scienza astrologica, per ritrovare corrispondenze, indicazioni, per svolgere interpretazioni secondo il mito, per diffonderle al popolo.
Alcuni luoghi vennero riconosciuti particolarmente corrispondenti all’immaginario cosmogonico per cui furono considerati come una sua materializzazione sulla terra e come porte di passaggio delle forze creative fra il cielo e la terra, fra l’ombra e il mondo visibile: così si configurarono i miti del monte Meru, del bosco sacro, della caverna, dello specchio delle acque; queste immagini mitiche erano presenti ad esempio a Delfi, letteralmente la matrice uterina della madre terra.
Tutta la scienza antica, le immagini ed i miti, si è consolidata nelle città antiche che invero erano prima di tutto santuari per le osservazioni rituali e quindi per la gestione di un potere sacro acquisito dalle visioni ed interpretazioni magiche.
Monselice, il monte dell’elice, è la duplicazione del monte del polo da cui saltano fuori le forze creative.
Verona, il prato fertile e verdeggiante, è la duplicazione del giardino dell’Eden.
La rottura della tradizione antica è stata determinata dalla scissione del pensiero razionale dal mito, in conseguenza dell’affermazione della scienza empirica, promossa da Copernico e dall’illuminismo, e parallelamente dalla ideologizzazione religiosa della controriforma, che ha prodotto la perdita dei significati delle strutture architettoniche e figurative.
Solo una analisi simbolica comparata delle apparenze naturale ed astrali, delle raffigurazioni edilizie ed artistiche, dei resti delle tradizioni nel lessico e nel mito, permette di riconoscere significati che si convalidano nelle corrispondenze, come un restauro di un tessuto di legami simbolici.
Questo libro è il documento di una tale ricerca interdisciplinare, secondo la prospettiva della scienza antica che era unitaria; ma è anche una esemplificazione della procedura di analisi simbolica; può essere anche una mappa per una rivisitazione delle due città santuario o per una ricerca in altri luoghi.
La chiesa di Santa Giustina era in rapporto di continuità con l’antico mito della dèa lunare.
L’evangelista è l’annunziatore del vangelo in uno dei quattro angoli del mondo; oriente come suggerisce il nome in rapporto con il tema che indica la luce e come suggerisce la sua zoofanìa, il vitello primizia di sacrificio.
San Luca è vestito di nero e rosso, i colori che rappresentano le due parti del mondo; porta la tonsura simbolo dell’illuminazione divina: esso sta in una cattedra sopraelevata che è simbolo della montagna del mondo; i lati sono costituiti da due pilastri bianchi con decorazioni rosso-brune e fiori a otto petali, l’ottagono sacro; i braccioli sono due delfini che saltano sui confini del mondo; lo schienale è a semicerchio, come una esedra aperta sulla terra sulle cime dei pilastri sono due more di rovo, simbolo della corona di Cristo e del rinnovamento di vita.
Dietro alla cattedra, che nell’insieme raffigura una porta aperta ed erta sulla montagna del polo; dietro di essa è un abside d’oro, il colore solare dell’altro mondo.
Il santo sta con il piede destro appoggiato su un piano più elevato del sinistro nell’atteggiamento della salita sulla scala del mondo.
Ai piedi del santo dinanzi ai gradini sono sparse delle nespole, gli ultimi frutti dell’anno, amari e glutinosi, che erano considerati sacri; nel mezzo un chiodo obliquo rappresenta l’asse del mondo il santo scrive il vangelo con una penna d’oca e inchiostri rosso e nero; esso si appoggia su un leggio quadrato, come la rappresentazione della terra che sta sbieca sul circolo dello zodiaco, il quale corrisponde al piano rotondo del tavolo sul quale è appoggiata la bibbia, la prima rivelazione.
Il tavolo circolare è sostenuto da una colonna con i colori variegati dell’arcobaleno, con forma elicoidale come l’elice primevo, con il capitello e la base che richiamano l’aspetto dell’albero della vita.
La composizione in aspetto naturale è in vero una sintesi simbolica di tutti i miti dell’asse del mondo, della elevazione estatica e della rivelazione della parola di Dio.
La frase si sviluppa in periodi brevi che rappresentano avvenimenti e scene ma non sono articolate in strutture logiche; essa piuttosto tende a suggerire immaginazioni attraverso metafore e metonimie, che evocano emozioni e provocano visioni secondo i processi del pensiero analogico. Così la frase della fiaba richiama l’immaginario delle parole e lo amplifica con descrizioni di particolari significativi dei personaggi e degli ambienti con ripetizioni dei modi e dei caratteri delle esperienze, con metafore allusive dei vissuti emozionali e delle fantasie che si svolgono ai limiti dell’inconscio. La frase pertanto si organizza con assonanze ritmiche e con risonanze delle forme del lessico che stringono tutta la narrazione in legami musicali e immaginali; cosi spesso la frase si trasforma in versetto di incanto o in un proverbio che esprime un immaginario misterico.
La fabulazione ha inizio nell’azione di gioco; l’espressione tonale, il ritmo, sono parte dell’azione; le voci dei personaggi esprimono le loro emozioni; le parole si sviluppano parallelamente alla mimesi e alla drammatizzazione e progressivamente sostituiscono l’azione stessa. Quando le parole della fabulazione si dissociano dal giocare e divengono una rappresentazione delle immaginazioni fluenti, ha origine l’invenzione di fiaba. Però il linguaggio dell’invenzione di fiaba mantiene a lungo uno stretto rapporto con la rappresentazione della mimesi; l’inventore assume su di sé leimmagini delle invenzioni e diviene attore delle parti. Il linguaggio di fiaba si organizza attraverso la comunicazione verbale; la narrazione e l’ascolto, che si ripetono e si alternano, stabilizzano le strutture del linguaggio di fiaba, anche se le forme e gli sviluppi della fiaba sonosempre varianti. In ogni caso la fiaba rimane una rappresentazione che segue l’immaginazioneindividuale, coerente con l’emozione e l’immaginale; è la narrazione ad un altro che partecipa, si lascia coinvolgere nell’immaginazione, che rende la fiaba comunicazione. La fiaba è comunicazione profonda, dell’immaginario e tramite di questo delle emozioni; essa non è mai specificatamente indirizzata a qualcuno ma è rappresentazione per se stessi e per tutti; parimenti essa non ha rapporti diretti con il pensiero operatorio; è sempre una rappresentazione del pensiero sognante e fantastico. Pertanto la fiaba deve essere narrata direttamente agli altri in occasioni appropriate; in luogo appartato, nella semioscurità, nella quiete. Il linguaggio della fiaba si organizza nella ripetizione narrativa e nell’ascolto e in modo coerente con i processi del pensiero magico-immaginativo.
Il pensiero che trova rappresentazione nella fiaba è caratterizzato da questi caratteri fondamentali:
- i processi magici che si svolgono nella contrapposizione di contiguità e separazione;
- l’immaginazione che si sviluppa attraverso identificazioni e confusioni.
Così si sviluppa il pensiero magico-immaginativo che determina la struttura
della fiaba:
- le personificazioni delle immaginazioni che si inseriscono fra le immagini della realtà e non rispettano il suo ordinamento; da un lato le apparizioni terribili e meravigliose che si rivelano dall’ombra; da un altro lato il facitore di trucchi, il credulone, il mascherato, l’uomo dimezzato, che vanno nell’ombra;
- gli ambienti indefiniti, connotati dall’ombra, ai confini della conoscenza;
- la dimensione del tempo è caratterizzata da durate ed intervalli smisurati che non sono rapportati a uno schema unitario ma rimangono specifici di ogni personaggio e ambiente e sono sempre variabili soggettivamente;
- la dimensione dello spazio è anch’essa soggettiva di ogni immagine; diverso e variabile per la estensione e l’apparenza, fino alla trasparenza e all’inversione speculare;
- il movimento si svolge secondo le dimensioni dei tempi e degli spazi soggettivi delle immaginazioni, fra l’immobilità della pietrificazione e la velocità compulsiva, nelle forme dell’immaginario, in modo particolare nel volo e nella caduta.II linguaggio della fiaba presenta una struttura coerente con l’immaginale che emerge dall’inconscio e corrispondente all’immaginario costruito dal pensiero magico-immaginativo.
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C’era una volta una giovane fata, che si sapeva bellissima, che non faceva altro che apparire qua e là per il mondo degli uomini.
I contadini si erano abituati alle apparizioni e non vi facevano più caso che se fosse una farfalla.
L’ombra della fata faceva molta fatica a starle appresso; si sentiva allungata, stirata, strappata.
Un giorno l’ombra era più stanca del solito ed anche distratta; come le sarebbe piaciuto distendersi e riposarsi nell’ombra del bosco! Improvvisamente sentì un rumore che non conosceva “… slacc…” e si ritrovò sola; la fata volava lontano.
Ombra di fata si sentiva sempre più stanca; non aveva forza, era sbattuta dal vento, impallidiva consumata dalla luce e piangeva.
Un ragazzo che passava di lì vide le macchioline d’ombra delle lacrime sulla strada e si mise a seguirle; così si trovò dinnanzi all’ombra, che si era nascosta sotto un cespuglio per difendersi dal sole.
L’ombra gli raccontò la sua disgrazia e lui le fece coraggio; proprio al mattino di quel giorno aveva incontrato sulla piazza del villaggio in fondo alla valle una fanciulla bella e disperata che diceva di avere perduto la sua ombra, ma lui non le aveva creduto.
Ombra di fata si rallegrò ma ormai non si reggeva più in piedi; allora il ragazzo si decise a dirle “accomodati nel buio del mio sacco che ti porto io al villaggio”; l’ombra con un filo di voce disse di si.
Così ombra di fata ritrovò la sua fata che ritornò ad essere bellissima; il ragazzo non si stancava di guardarla.
La fata quella volta aveva avuto veramente paura per cui decise di mettere giudizio e sorrise al ragazzo finché questi non le chiese se voleva andare con lui invece di correre in giro da sola qua e là per il mondo.
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